Auschwitz e Birkenau: camminare nei luoghi della memoria

Non è facile scrivere questo post, rischia di essere scontato ma le emozioni che ho provato da questa esperienza mi hanno davvero toccato nel profondo, lasciandomi attonita ed incredula nonostante io fossi già a conoscenza delle barbarie svolte nei luoghi dove stavo camminando.
Cercherò di riassumere cosa puoi aspettarti dalla visita ad Auschwitz e Birkenau.

Auschwitz e Birkenau si visitano a piedi, consiglio di dedicargli una giornata intera e di farsi accompagnare da una guida preparata.
Ho già scritto un articolo su come arrivare a Cracovia, cosa vedere e cosa fare. Adesso concentriamoci su come arrivare ai campi di concentramento e cosa bisogna sapere.

Auschwitz

Una piccola parte di Birkenau

Come arrivare ad Auschwitz

Il modo più semplice per arrivare ad Oswiecim, nome polacco per definire Auschwitz (che è il nome con cui è stato ribattezzato dai tedeschi, ricorda che il riferimento dei mezzi è il nome in polacco), consiglio di tornare alla stazione centrale di Cracovia e chiedere da dove partono gli autobus diretti.
E’ molto semplice ed economico (sui 3-4 euro) e si arriva a destinazione in circa un’ora (distanza: 60-70 km), il treno ci mette mezz’ora in più e ti lascia ad un km e mezzo dai cancelli, l’autobus davanti.

Ci sono diverse agenzie che organizzano il tour a prezzi esorbitanti, come sempre noi preferiamo arrangiarci, risparmiando notevolmente.
Raggiungi la stazione la mattina presto, puoi far colazione e comprare qualcosa da portar via direttamente lì.
L’ingresso ai campi è gratuito, ma per entrare nel vivo della storia consiglio di prendere un biglietto che da diritto all’accompagnamento di una guida in lingua italiana per l’intero giro (una decina di euro).
Sono tutti molto bravi e preparati e ti avviso che entrano nel dettaglio degli eventi più crudi. Ho visto gente in lacrime ed io stessa ne ero sconvolta.
Gli ingressi guidati sono divisi per lingua, hanno orari precisi e posti limitati, vedrai dei tabelloni con il conteggio e ti auguro che non ci sia troppa gente perché l’attesa potrebbe essere lunga.

Auschwitz

Auschwitz 1

Cosa vedrai ad Auschwitz – campo di lavoro e concentramento

La giornata di marzo in cui sono arrivata era fredda e grigia, il che ha reso tutto più forte emotivamente. Il giro è a piedi e dura 4 o 5 ore, ricordatene.
La prima cosa che vedrai è il cancello con la famosa scritta Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi) e ti verrà spiegato di come ogni giorno uscivano gli ebrei per lavorare in fabbrica fino allo stremo delle forze, rientrando la sera. Spesso non tornavano.

Per tutto il tour vedrai con i tuoi occhi quello che ti viene raccontato da 70 anni attraverso libri, racconti e film. Ne uscirai più forte e consapevole.
Pensa che su una parete del campo è stata trovata la scritta “Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa“. Come dargli torto?

Auschwitz 1 è stato ricavato da vecchie caserme militari, infatti è formato da padiglioni in mattoni rossi. Era un campo di lavoro e di concentramento e al suo interno vedrai i recinti elettrificati ed i fili spinati, dove spesso i detenuti si suicidavano o tentavano disperatamente la fuga (una decina di persone sono riuscite a scappare, uno dei quali è ancora vivo oggi!), le torri di guardia, i dormitori dove restavano ammassati l’uno sull’altro senza energie ad aspettare di morire, l’infermeria dove bisognava pregare di non entrare mai.
Ti verranno descritte le condizioni di prigionia e toccherai con mano la loro razione di bibo giornaliera, il mio pappagallino mangia di più.

“Questo non è un sanatorio. Questo è un Lager tedesco, si chiama Auschwitz, e non se ne esce che per il Camino. Se ti piace è così; se non ti piace, non hai che da andare a toccare il filo elettrico.”

Vedrai i muri delle esecuzioni e non farai altro che pensare “qui sono morte migliaia di persone”, ti verranno descritti gli stermini rivolti a intere famiglie con bambini piccoli, ti ricorderanno i loro nomi e cognomi.
Vedrai dove li impiccavano, i patiboli, le camere a gas e i forni crematori, oltre che le celle nelle segrete, dove erano costretti ad atroci sofferenze che non voglio raccontare qui.
Tutto è stato lasciato com’è stato trovato.

Si passa poi alle fotografie e ai filmati, lo sguardo dei bambini te lo porterai dentro per sempre, sappilo, inoltre vedrai montagne di oggetti personali, vestiti e scarpe di qualsiasi taglia, oltre che le scatolette di Zyklon B, l’urna di ceneri e i capelli, una cosa impressionante!

“Forse, quanto è avvenuto” non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare. Mi spiego: “comprendere” un proponimento o un comportamento umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l’autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui. Ora, nessun uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri. Questo ci sgomenta e insieme ci porta sollievo: perché forse è desiderabile che le loro parole (e anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano più comprensibili.(…) Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”
Primo Levi

Auschwitz

Uno sguardo che dice tanto più delle parole

Cosa vedrai a Birkenau – campo di sterminio

Poco distante si trova Auschwitz 2, conosciuto come Birkenau.
Incluso nella visita c’è la navetta che accompagna al sito dove vedrai il vero campo di sterminio, il più grande della storia.
Birkenau non te lo aspetti così. Birkenau è il simbolo del dolore, della violenza, della cattiveria. Ti sconvolge.

E’ stato costruito su una zona di palude e seppur ai tempi fosse più grande, oggi è una distesa di orrore a perdita d’occhio. Non se ne intuiscono i confini e nessuno poteva sperare di darsi alla fuga senza venir ripreso in poco tempo.
Tutto era calcolato nei dettagli per far perdere la speranza, la cognizione di sè e del tempo ed ovviamente la voglia di vivere.

Qui avveniva il vero orrore, come se il precedente descritto non fosse stato abbastanza, veniva messo in pratica ogni subdolo trucco scientifico e psicologico celato ad occhi indiscreti.
Ovviamente la puzza di cadavere si sentiva a km di distanza, arrivando anche a Cracovia, e questo fa decadere il “non ne eravamo a conoscenza” degli abitanti, che probabilmente cercavano solo di salvarsi la vita nascondendo la testa sotto la sabbia.
Quello che ti verrà raccontato qui è oltre ogni immaginazione.

Dall’ingresso si procede verso il fondo del campo, per arrivare ad un monumento alle vittime dell’olocausto. Ci vogliono 20 minuti a piedi per raggiungerlo.
Vedrai un forno crematorio ridotto in macerie che è stato volutamente lasciato in quelle condizioni perché così è stato ritrovato dopo che i tedeschi, con l’avvento della Liberazione, hanno cercato di occultare le prove, apprezzo l’impegno ragazzi ma come cavolo potevate pensare di nascondere tutto questo??

Gran parte della terra su cui camminerai è formata da ceneri umane.
Oggi Birkenau ha l’erba verde, ma bisogna immaginarlo pieno di fango ed escrementi. Inoltre, gli inverni erano molto più rigidi di oggi e la neve cadeva ricoprendo per diversi metri il suolo. I prigionieri spesso non avevano vestiti ed il freddo interiore si mescolava a quello delle intemperie. Quanto poteva essere la stima di vita, secondo te?

A Birkenau potrai girare liberamente per le baracche, prendendoti il tuo tempo per riflettere nel silenzio.
In particolare ricordo che mi ha colpito molto l’ingresso al primo dormitorio, fuori era tutto grigio e freddo ma appena varcata la soglia mi sono sentita congelare. Ovviamente era tutto progettato e calcolato da menti malate.

Vedrai il treno merci sul binario tronco e ti racconteranno i dettagli delle deportazioni.
Sappi che durante quella che veniva chiamata “La soluzione finale” non venivano nemmeno più schedate le vittime, arrivavano e venivano scaricate direttamente ai forni crematori, non è una leggenda il “vi portiamo a fare la doccia” ma era detto per non far scatenare il panico e portare più vittime possibili alla morte senza che opponessero resistenza. Uccidendole tra atroci sofferenze.
Chi si occupava di tirare fuori i cadaveri dai forni erano altri detenuti e non era difficile che tra i morti trovassero amici e parenti.
Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?

Auschwitz

Dentro le baracche di Birkenau

La Liberazione e il ruolo delle guardie nelle uccisioni

Voglio dire solo che spesso chi veniva salvato moriva dopo pochi giorni a causa delle condizioni in cui aveva vissuto negli ultimi mesi nei lager.
Ma c’è una citazione di Primo Levi che mi ha fatto riflettere molto, voglio condividerla con te:

“I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.”
Primo Levi

Per quanto riguarda le guardie militari, esse non si sporcavano mai le mani con le uccisioni o i cadaveri. Le prime erano inferte da pericolosi criminali tirati fuori dai carceri tedeschi per adempiere allo scopo, la manipolazione dei cadaveri era soggetta ad altre vittime e faceva parte del programma per “tenerli buoni”.
Le guardie non uccidevano mai direttamente. Lo Zyklon B veniva gettato in camini dall’alto, mai direttamente sulle persone. Se qualcuno li accusava loro erano responsabili solo di aver gettato dei cristalli in un buco.

“La gran massa dei tedeschi ignorò sempre i particolari più atroci di quanto avvenne più tardi nei Lager: lo sterminio metodico e industrializzato sulla scala dei milioni, le camere a gas tossico, i forni crematori, l’abietto sfruttamento dei cadaveri, tutto questo non si doveva sapere, ed in effetti pochi lo seppero, fino alla fine della guerra. Per mantenere il segreto, fra le altre precauzioni, nel linguaggio ufficiale si usavano soltanto cauti e cinici eufemismi: non si scriveva «sterminio» ma «soluzione definitiva», non «deportazione» ma «trasferimento», non «uccisione col gas» ma «trattamento speciale», e così via.”


Il mondo in cui noi occidentali viviamo ha molti e gravissimi difetti e pericoli, ma rispetto al mondo di ieri presenta un gigantesco vantaggio: tutti possono sapere subito tutto su tutto.

 

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  • Katja

    Ho appena letto il tuo post, ancora a caldo dal mio viaggio a Monaco dove ho visitato anche il campo di concentramento di Dachau. Capisco la tua titubanza: anche io ho fatto fatica a decidere se andarci o meno e ho deciso la mattina stessa. Ho dato diversi esami all’università sull’argomento & argomenti collaterali: già è stato duro darli, figurati visitare i luoghi reali dove è successo il tutto!

    A Dachau a me, quello che ha fatto più impressione è stata la parte “medica” dove si parlava degli esperimenti medico-scientifici sugli internati e il forno dove bruciavano le persone … sono scappata perché non sopportavo l’idea!

    • Marika
      @Katja

      Ho i brividi solo a leggere il tuo commento 🙁

  • ilgustoinviaggio

    Mamma mia una visita che toccca il cuore… ho visitato Dachau ed ho pianto tutto il tempo

  • Utente senza nome

    Cara Marika Vorrei usare la parola complimenti per il coraggio che hai avuto ad andare e soprattutto a parlarne. Sei giovane e come me non abbiamo vissuto quei momenti. Dobbiamo farne tesoro di queste esperienze perchè in futuro non si ripetano più queste cose. Grazie Sandro

    • Marika
      @Utente senza nome

      Grazie a te Sandro per queste belle parole. Sono felice che la vediamo allo stesso modo 🙂

  • marina lo blundo

    Non è solo la descrizione di due luoghi tremendi, ma ci hai regalato una lezione di storia davvero completa, grazie. È difficile in casi come questo non scadere nella retorica, ma tu affidandoti alle testimonianze hai tirato fuori un racconto lucido. Io nel mio piccolo sono stata alla Risiera di San Sabba, a Trieste, campo di concentramento tutto italiano che conta anch’esso la morte di almeno 2mila prigionieri. Impossibile restare insensibili.

    • Marika
      @marina lo blundo

      Grazie Marina, sei gentile.
      Non è stato facile scrivere questo articolo 🙂
      Sono stata anche io nel posto che mi dici, solo che ero troppo piccola per ricordarmene… Tornerò! È importante ricordare.
      A presto